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Quando gli italiani erano gli outsider: speciale Italian American Heritage and Culture Month

3 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

In questi anni, Mediterranean Girls In Music ha creato contenuti dedicati a diversi mesi della storia e del patrimonio culturale, celebrando musica e cultura sia sul nostro Instagram che sul nostro blog. In passato abbiamo già dedicato dei contenuti all’Italian American Heritage and Culture Month ma non avevamo mai scritto un articolo sull’argomento. Quest’anno abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di farlo: non semplicemente perché la cultura italoamericana è una parte importante della storia, ma perché le radici di questa piattaforma sono italiane e perché esiste un lato della storia dell’immigrazione italiana che, sorprendentemente, molti italiani stessi non conoscono.


Oggi la cultura italoamericana è profondamente radicata negli Stati Uniti. Pasta, pranzi della domenica, espresso, famiglia, musica, cinema: l’italianità è diventata parte del tessuto culturale del Paese. Ma non è sempre stato così. Quando gli immigrati italiani arrivavano in un nuovo Paese, non era detto che diventassero automaticamente parte di esso. Entravano in società nelle quali potevano essere trattati come outsider, stereotipati e discriminati a causa della loro nazionalità, lingua, religione, classe sociale e provenienza regionale, e gli Stati Uniti rappresentano un esempio particolarmente significativo di questa situazione.


Osservando le caricature nate intorno al periodo principale dell’immigrazione italiana, diventa difficile conciliare quelle immagini con il modo in cui gli italoamericani vengono percepiti oggi. Alcuni disegni raffiguravano gli italiani come sporchi, pericolosi, poco intelligenti, criminali o fondamentalmente stranieri. Altri li riducevano al cibo, alla povertà o a caratteristiche fisiche esagerate. Queste immagini sono scomode perché non venivano create semplicemente per far ridere. Riflettevano un’ostilità molto più ampia nei confronti dell’immigrazione.



La Library of Congress descrive questo periodo come un’epoca in cui gli immigrati italiani affrontarono “a wave of virulent prejudice and nativist hostility”, ovvero “un’ondata di pregiudizio virulento e ostilità nativista”. Allo stesso tempo, sulla stampa circolavano teorie razziali pseudoscientifiche che presentavano le cosiddette popolazioni mediterranee come inferiori agli europei del Nord. Disegni e canzoni rappresentavano gli immigrati come “childlike, criminal, or subhuman”, ovvero “infantili, criminali o subumani”. È una parte della storia che vale la pena ricordare. Non perché gli italoamericani siano stati l’unico gruppo di immigrati a subire il razzismo, naturalmente non lo furono. E nemmeno perché la storia dell’immigrazione italiana possa essere ridotta a una semplice storia di vittimismo. È importante perché ci ricorda che categorie come straniero, americano, insider e outsider non sono mai state così fisse come possono apparire oggi.


“Gli italiani… non sono come noi. Hanno un odore diverso, hanno un aspetto diverso, si comportano in modo diverso… Il problema è che non se ne trova uno onesto.” (Una conversazione registrata alla Casa Bianca nel 1973 tra il presidente Richard Nixon e il suo collaboratore John Ehrlichman.)


Gli stereotipi non erano innocui e portarono persino ai linciaggi

Alcuni stereotipi sono sopravvissuti a lungo anche dopo che le circostanze che li avevano creati erano cambiate. L’immigrato italiano divenne una figura riconoscibile nella cultura popolare americana: la persona dall’accento marcato, dal carattere irascibile, con una famiglia numerosa, la pasta e l’aglio. Il cibo, in particolare, divenne un modo per identificare gli italiani come diversi:

  • “WOP”

  • “Garlic eater”

  • “Spaghetti eater”

  • “Spaghetti bender”

  • “Garlic smell”

  • “Dago”

  • “Guinea”

  • “Greaseball”

Molti insulti riducevano gli immigrati italiani al loro cibo. Vale anche la pena riflettere sulla strana evoluzione di questi stereotipi. Alcuni degli elementi che un tempo identificavano gli italiani come stranieri sono oggi tra quelli più fortemente associati alla cultura italoamericana. La pasta non è più una prova di estraneità. L’aglio non è un segno di un quartiere di immigrati da ripulire. La cucina italiana è diventata una delle cucine più popolari negli Stati Uniti. Lo stereotipo è cambiato, ma la storia che lo ha generato non è cambiata.


L’ostilità anti-italiana assunse anche forme violente, con più di 50 casi documentati di italiani vittime di linciaggio, tra cui il massacro di New Orleans del 1891. In questo caso specifico, furono uccisi 11 uomini italiani. Durante la Seconda guerra mondiale, i cittadini italiani furono classificati come “enemy aliens” e sottoposti a restrizioni; alcuni furono anche internati. In particolare, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, gli immigrati italiani subirono discriminazioni nel lavoro, nell’accesso alle abitazioni, nelle scuole e nella vita pubblica, mentre la loro lingua e la loro cultura venivano spesso ridicolizzate o rappresentate come inferiori.


E ancora oggi, i riferimenti alla mafia, agli spaghetti, all’aglio, agli accenti o a comportamenti italiani caricaturali possono assumere significati diversi a seconda del contesto. A volte sono affettuosi. A volte sono battute. A volte sono semplicemente stereotipi. E a volte continuano a funzionare come insulti etnici.


Erano considerati estranei mentre contribuivano a costruire il Paese

Mentre gli italiani venivano descritti come stranieri indesiderati, gli immigrati italiani contribuivano a costruire le città di cui, secondo alcuni, non avrebbero dovuto far parte. A New York, molti immigrati italiani lavoravano nei lavori pubblici. Scavavano canali, posavano pavimentazioni e tubature del gas, costruivano ponti e contribuivano alla realizzazione delle gallerie della metropolitana della città.


Secondo la Library of Congress, nel 1890 quasi il 90% degli operai del Department of Public Works di New York City era composto da immigrati italiani. Il loro contributo ebbe però un enorme costo umano. Gli operai italiani venivano spesso indirizzati verso lavori pericolosi e malpagati, anche perché molti provenivano da contesti agricoli e avevano un accesso limitato ad altre forme di occupazione. Anche le donne e i bambini italiani lavoravano in sweatshop e fabbriche. Quando la Triangle Shirtwaist Factory prese fuoco nel 1911, causando la morte di 146 lavoratori, quasi la metà delle vittime erano giovani donne italiane.

Stavano costruendo New York mentre cercavano di costruirsi una vita al suo interno. Gli immigrati italiani contribuivano già alla vita fisica, economica e culturale degli Stati Uniti, mentre molti americani continuavano a chiedersi se avessero davvero il diritto di appartenere a quel Paese.



La musica italoamericana

Lo storico della Fordham University Mark Naison ha descritto il Bronx come un luogo in cui comunità diverse si incontravano attraverso la musica, dal doo-wop e dal mambo al jazz, alla salsa e all’hip-hop. “L’incomparabile creatività musicale del Bronx”, ha spiegato Naison, “è in gran parte dovuta alla mescolanza di culture che ha avuto luogo nei quartieri e nelle scuole del Bronx”. I Crests sono un esempio particolarmente interessante. La loro formazione comprendeva tre membri afroamericani, un membro portoricano e un cantante italoamericano, Johnny Maestro.


La Library of Congress descrive l’eredità musicale italoamericana come una realtà che ha avuto “un impatto importante sulla formazione della cultura degli Stati Uniti nel suo complesso”, dall’opera alla musica popolare. Enrico Caruso divenne una delle voci più importanti dell’opera americana del primo Novecento. Poi arrivarono artisti come Frank Sinatra, Tony Bennett, Dean Martin, Perry Como, Bon Jovi, Lady Gaga, Madonna, John Travolta e Corbin Bleu, tra gli altri. Artisti di generazioni diverse, ma tutti accomunati dalle loro radici.


Dai quartieri degli immigrati a Broadway, dai jazz club ai gruppi doo-wop e al Great American Songbook, gli italoamericani sono diventati parte dell’identità musicale degli Stati Uniti. Il legame tra Gaga e Tony Bennett rende questa storia quasi impossibile da ignorare. Il loro progetto Cheek to Cheek ha riunito una superstar pop italoamericana contemporanea e una delle voci italoamericane più rappresentative della generazione precedente. La biografia ufficiale di Bennett descrive il loro album del 2014 come un disco arrivato al primo posto della Billboard 200 e una collaborazione vincitrice di un Grammy.



Italian American Heritage and Culture Month

Forse è proprio per questo che ricordare la storia italoamericana è importante. L’eredità culturale viene spesso presentata come qualcosa di piacevole: il cibo, la famiglia, le tradizioni, la musica, le celebrazioni. E tutte queste cose contano. Ma l’eredità può anche significare ricordare le parti più scomode della storia. Le caricature, gli insulti, la povertà, i lavori pericolosi. Le donne che morirono nelle fabbriche, le comunità che vennero trattate come qualcosa di separato dalla società privilegiata, i rapporti complessi con altri gruppi di immigrati e minoranze. I momenti di razzismo e quelli di solidarietà. La musica nata quando comunità diverse vivevano abbastanza vicine da potersi ascoltare a vicenda.


Quando vivi in un luogo in cui la tua cultura è familiare, è facile dimenticare cosa significhi essere diversi. Ma basta attraversare un confine: all’improvviso la tua lingua può sembrare straniera, le tue tradizioni possono apparire strane, il tuo cibo può diventare uno stereotipo e la maggioranza può trasformarsi in una minoranza. È importante non dimenticare mai questa parte della storia.



 
 
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